Medicina del territorio e disabilità: c’è poco da dire perché è tutto da fare

La pandemia sta facendo crollare alcuni miti del nostro sistema Paese: in testa la sanità, di cui andavamo fieri. Il prevalere della cultura ospedalo-centrica è il risultato delle scelte organizzative regionali: le cure territoriali e di prossimità sono trattate nei modelli sanitari e socio sanitari regionali come medicina di serie B. A pagare il conto? Soprattutto le persone con disabilità.

La pandemia sta facendo crollare alcuni miti del nostro sistema Paese: in testa la sanità, di cui andavamo fieri, convinti di eccellere anche a livello internazionale. I fatti invece hanno fatto emergere rilevanti questioni riguardanti l’assistenza ospedaliera e territoriale che si stanno dimostrando non all’altezza dei bisogni delle persone, soprattutto delle più fragili e vulnerabili.

Nonostante il diritto alla salute sia assicurato a tutti e gratuitamente dall’articolo 32 della nostra Costituzione (la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti), l’emergenza sanitaria provocata dal Covid-19 sta evidenziando profonde lacune e frammentazioni istituzionali e organizzative del principale sistema di protezione sociale, che contribuiscono ad influenzare ulteriormente le diseguaglianze tra i cittadini rispetto all’accesso alle cure.

Ci è voluto ancora una volta uno scandalo (quello delle morti sospette nelle Residenza Sanitarie per Anziani della Lombardia) per far emergere l’inadeguatezza del nostro modello sanitario, dimostrando sia i limiti dell’approccio ospedalo-centrico sia gli effetti delle molte, troppe risorse pubbliche dirottate per incrementare ed arricchire la sanità privata.

Tutto parte dalla riforma del Titolo V avvenuta con la legge costituzionale n. 3 del 2001 con cui lo Stato ha affidato alle Regioni e alle Province autonome l’organizzazione e la gestione dei servizi sanitari. Chi ha promosso e voluto questa importante riforma puntava ad una organizzazione dello Stato di tipo federalista, immaginando che questo sistema potesse incentivare la solidarietà territoriale, l’efficacia dei servizi e la loro efficienza economica. I fatti ci dicono che questa scelta ha finito per stressare l’approccio regionalista, dando luogo a 20 differenti sistemi sanitari tra loro e spesso in conflitto con lo Stato che, si ricorda, determina i Livelli Essenziali di Assistenza che devono essere garantiti a tutti i cittadini.

La gestione della pandemia sta evidenziando la necessità di ripensare questo disegno costituzionale sulla base delle evidenze che dimostrano che dopo 20 anni le Regioni, pur con la piena autonomia programmatoria e gestionale della sanità, non sono state in grado di andare oltre alle cure ospedaliere, considerando la medicina di territorialità e di prossimità espedienti locali.

Il Covid gestito prevalentemente in ospedale ha impedito a molte persone che ne sono state colpite di essere curate preventivamente a casa (l’obiettivo della medicina di prossimità è portare le cure presso il paziente e non viceversa) o attraverso i filtri rappresentati dai servizi territoriali che è l’obiettivo della medicina territoriale.

Il gap che si è venuto a creare ad esempio tra il ruolo dei medici di medicina generale (MMG) e l’ospedalizzazione è notevole e probabilmente insanabile. A chi sostiene che sia colpa dell’assenza della medicina del territorio l’aver determinato i collassi dei PS e dei reparti ospedalieri non si può dare che ragione, aggiungendo però un pezzettino. A chi spettava il compito di pianificare e gestire la medicina del territorio e l’integrazione con il sistema ospedaliero? Qui non ci sono dubbi. Questo “dovere” spettava e spetta alle Regioni.

Il prevalere della cultura ospedalo-centrica (“non mi sento bene, vado al Pronto Soccorso”) è il risultato della mancanza di modelli organizzativi regionali integrati. Laddove il tentativo è stato fatto qualche risultato lo ha portato.

La regione in cui vivo, la Lombardia, non è tra queste. Nonostante la riforma socio sanitaria dettata della Legge 23 del 2015 attestasse la volontà di andare in questa direzione, interrompendo l’egemonia di un modello che per quasi vent’anni ha investito sugli ospedali di proprietà privata, i fatti sono andati diversamente. Prova ne sia che degli annunciati progetti di investimento a favore dell’integrazione ospedale-territorio come la DGR n. XI/2019 recante “Prime indicazioni per l’avvio del percorso di riordino di riclassificazione dei PreSST (Presidi Socio Sanitari Territoriali), dei POT (Presidi Ospedalieri Territoriali) e delle degenze di comunità”, paiono essere rimasti ancora una volta sulla carta.

Tanto meno il rilancio del ruolo del MMG e dei PLS che la riforma della presa in carico delle persone con cronicità e fragilità ha lasciato al palo, con un tentativo di rimedio in “zona Cesarini” che si è rivelata la tipica “toppa peggio del buco”.

La morale qual è? Che le cure territoriali e di prossimità sono prevalentemente trattate nei modelli sanitari e socio sanitari regionali come medicina di serie B. E da qui la cultura che ne consegue in termini di vissuto e di comportamenti delle persone che necessitano di assistenza medica.

In questo contesto ancora una volta le persone che ci rimettono di più sono le più fragili. Il conto più salato lo pagano le persone anziane non autosufficienti e/o con gravi patologie croniche e ancor di più le persone con disabilità intellettive e del neurosviluppo. L’assistenza domiciliare integrata, per esempio, è svolta in modo differente a seconda dei territori. In alcuni luoghi c’è e funziona bene, in altri è un servizio precario. Stesso discorso per l’assistenza medica e specialistica in cui la prevalenza è sempre il paziente che va negli ambulatori e non viceversa.

In sostanza la medicina del territorio e di prossimità è demandata più alla sensibilità individuale dei medici che al modello organizzativo pubblico. Molti medici di base sono rimasti rigidi nel loro approccio tradizionale, rifiutando di aggiornarsi ed implementare nuove forme di assistenza. Il ricorso alle moderne soluzioni tecnologiche che possono assicurare il monitoraggio clinico a distanza come la telemedicina è poco diffuso perché scarsamente contemplato nei modelli regionali e pertanto privo di risorse. Altri sono rimasti rigidi nel loro approccio. Questo da sempre.

La pandemia è servita solo a far emergere nella sua drammaticità un problema conosciuto da decenni, con l’aggravante che da molto tempo si conoscevano anche le soluzioni. “Il Covid si cura in ospedale” è invece il messaggio che è passato nell’immaginario collettivo, inculcato dalla politica e da molti esperti chiamati a formare i vari Comitati Tecnici Scientifici che quali testimoni del sapere fanno passerella nei talk show con cui i network ricercano audience.

Sul rapporto disabilità e medicina del territorio c’è ben poco da dire perché è tutto da fare. Una cosa è certa. Il Covid-19 ha colpito le persone con disabilità come e quanto tutta la popolazione. Le ha colpite a casa e nelle strutture diurne e residenziali. Un’altra cosa certa che non abbiamo dati sull’impatto epidemiologico su questa fascia di fragilità e tanto meno sul sistema di cura sanitario organizzato per far fronte in particolare alla gestione delle situazioni più complesse.

Quante sono le persone con disabilità contagiate, ricoverate, guarite o morte? Chi scrive è testimone di persone con disabilità intellettive e del neurosviluppo ospiti di RSD (strutture equivalenti alle più conosciute RSA per anziani) ricoverate in ospedale, alcune delle quali decedute senza poter accedere a informazioni sul decorso e altre dimesse ancora Covid positive perché ritenute ingestibili sul piano dell’assistenza. Per quanto riguarda la cura da parte dei servizi del territorio delle persone con disabilità colpite dal Covid-19, la stessa fonte è in grado di documentare come in molte circostanze non abbia funzionato proprio nulla in chiave di assistenza medica, lasciando ancora una volta il problema nelle mani di famiglie e gestori dei servizi. Ma non è una novità.

Anffas da sempre denuncia a tutti i livelli istituzionali, centrali e periferici, il problema dell’invisibilità delle persone con disabilità. Lo ha sempre fatto nel nome dei diritti sanciti dalla Costituzione e dalla Convenzione ONU. Le ripetute istanze presentate in tempo di Covid non hanno cambiato l’atteggiamento istituzionale e soprattutto la visione di un approccio sanitario decisamente discriminante. Parole forti, ma scaturite dai fatti. Forse l’unica strada per avere visibilità e considerazione è quella che ha fatto emergere il fenomeno RSA-Covid: attendere lo scandalo anche nelle strutture per le persone con disabilità.

Michele Imperiali, Direttore Generale Fondazione Renato Piatti e Presidente Comitato Tecnico Scientifico Anffas – Pubblicato su Vita.it 27 gennaio 2021